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L’importanza della semina, nonostante la mancanza di frutti

Il seminatore uscì a seminare…

Una delle parabole più belle che Nostro Signore Gesù Cristo ha pronunciato, è la parabola del seminatore. L’ascolto della Parola produce sempre qualcosa in noi. Il seme viene gettato sulla strada, in mezzo ai rovi, tra i sassi e sul terreno buono. In base al terreno in cui cade, il seme subisce una determinata sorte.

«Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti.» (Mt 13, 1-9)

È un tema che ci sta particolarmente a cuore: ogni volta che ci sacrifichiamo nel servizio verso gli altri, testimoniando il Vangelo, ci sentiamo un po’ come il seminatore del seguente video.

Quante volte abbiamo voluto che i semi gettati con le nostre parole e le nostre azioni, producessero frutto? È bello, ad esempio, notare che gli incontri preparati per dei ragazzi, siano riusciti a trasmettere messaggi evangelici e tanto entusiasmo.

Ma non sempre ciò che si semina viene raccolto dallo stesso seminatore e questo può determinare una certa frustrazione. Lo scoraggiamento trova campo libero, quando i nostri sforzi non vengono ripagati come vorremmo:

“Che senso ha continuare a testimoniare, quando le persone attorno a noi non mostrano interesse nei riguardi della fede cristiana? Perché perdere tempo, cercando di coinvolgere i nostri ragazzi in attività parrocchiali, quando è palese la loro indifferenza verso Gesù Cristo e la Chiesa? E perché mai dovremmo continuare ad essere portatori di luce, quando la maggior parte delle persone preferisce rimanere nelle tenebre?”

Queste domande ci portano a credere che tutti i sacrifici fatti per Dio e per i fratelli, in realtà siano stati inutili. Ma la parabola del seminatore ci dice l’esatto contrario. È vero che ci sono terreni in cui la Parola viene rubata, soffocata e uccisa, ma c’è comunque una parte di terreno buono in ognuno di noi.

Abbiamo dimenticato che noi cristiani crediamo in un Dio che, in un certo senso, ha fallito? Basti pensare a nostro Signore sulla croce: non è forse la conferma del “fallimento di Dio”? Se egli stesso, dopo anni di predicazione, miracoli e guarigioni, si è ritrovato inchiodato per i nostri peccati, solo e abbandonato da tutti coloro che lo avevano seguito (salvo pochi), chi siamo noi per lamentarci? 

Eppure, Dio si incarna nelle nostre miserie e nei nostri fallimenti, rendendoli frutti di gloria. Per questo la semina non deve fermarsi, perché non sappiamo in che modo nè quando il seme gettato potrà sbocciare. Noi seminiamo, Dio fa crescere e a volte qualcun altro raccoglie.

Una lettura di fede delle nostre fragilità

Lo sbaglio in cui spesso cadiamo nel leggere il brano proposto, è quello di interpretare l’animo umano, associandolo ad un solo tipo di terreno. In realtà, nello stesso cuore possono coesistere più tipi di terreno.

Ognuno di noi ha dentro di sé un abisso di mistero. Bisogna ricordare che conosciamo solo in parte chi sia veramente ogni nostro fratello. Solo Dio sa quante ferite, delusioni, cicatrici portiamo dentro. Quelle sofferenze che ci hanno resi ciò che siamo adesso.

Per quanto sia paradossale, il terreno del nostro cuore può essere in parte strada e in parte terreno buono. Potremmo accogliere la Parola di Gesù ed avere al tempo stesso difficoltà nell’interiorizzarla, soprattutto quando essa tocca punti dolorosi e che hanno bisogno di tempo per guarire.

A riguardo, esistono tanti esempi. Pensiamo ai fratelli che portano nell’anima segni di violenza fisica o psicologica. Magari possono avere la volontà di camminare con Dio, ma al contempo anche grande difficoltà nel perdonare chi ha fatto loro del male. Dovremmo allora condannare questi fratelli, perché rimangono ancorati alla loro rabbia? Sarebbe come affrettare impazientemente la crescita del seme, non rispettando i suoi tempi.

Per questo il seminatore deve tenere conto della libertà altrui, con cura costante e con tanta pazienza nell’attendere. D’altronde Dio, che è il seminatore per eccellenza, non fa così anche con noi?

Perché non guardarci dentro? In quali terreni ci rispecchiamo in questo momento? Che cosa sta generando in noi un conflitto interiore?

Signore, fa’ di me la terra buona…

Dopo questa magnifica canzone dei Reale, vogliamo concludere la nostra riflessione con un dolce consiglio: nonostante adesso la nostra anima possa presentare vari tipi di terreni infertili, non dimentichiamo di accostarci all’amore infinito di Dio. Lasciamo che la grazia penetri nel terreno buono, affinché riesca a far rinascere ciò che è sterile ai nostri occhi. 

Per quanto riguarda i nostri fratelli: non scoraggiamoci se la nostra semina non produce ancora frutti. Non sta a noi decidere i tempi di maturazione dell’altro. Possiamo solo perseverare con delicatezza, rispettando la libertà altrui e lasciando a Dio il resto. Perché, alla fine, nessun gesto d’amore è inutile ai suoi occhi!

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