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Il Venerdì Santo e la maniera errata di contemplare Gesù crocifisso

Quando si guarda Gesù crocifisso, quali sentimenti emergono? Il Venerdì Santo è il giorno del dolore supremo, della presunta vittoria del male sul bene, della perdita di speranza e del buio senza via d’uscita. È il giorno di quel bambino nato a Betlemme e ormai adulto, che sarà condannato ingiustamente ad una morte atroce.

È il giorno delle adorazioni alla croce, delle Viae Crucis cittadine e delle rappresentazioni della Passione del Signore (dalle nostre parti queste tradizioni sono molto sentite).

Ripeto, quali sentimenti emergono in questo giorno di doloroso mistero d’amore? Rivivendo il calvario di Gesù, in che modo ci sentiamo toccati? Siamo indifferenti? Ci sentiamo in colpa? Oppure qualcos’altro?

Gesù, ricordati di me

Qualche anno fa, agli inizi del mio cammino di fede, mi sono trovato ad animare la celebrazione liturgica del Venerdì Santo, insieme al coro della mia parrocchia. Dopo il racconto della Passione e l’omelia del parroco, mi sono sentito profondamente toccato da quelle parole, al punto da commuovermi. 

Nella mia vita non ho sempre frequentato la Chiesa. Dopo la Cresima, avevo deciso di abbandonare la strada della fede, scegliendo di andare incontro al futuro senza l’aiuto di Dio. Solo quando ho incontrato Cristo all’età di ventitré anni, ho capito che in realtà avevo solo sprecato tempo fino a quel momento.

Lasciarsi rinnovare dalla grazia non è stata un’impresa tanto semplice, ma se c’era una cosa che mi dava forza per andare avanti, era la scoperta della mia preziosità agli occhi di Dio. 

La bellezza di scoprirsi amati è il sogno che tutti gli uomini e le donne portano dentro di sé. Riconoscere di essere una meraviglia è fondamentale per il cammino di fede, ma è anche la cosa più difficile.

La battaglia più grande che ho dovuto affrontare è stata il fare pace con il mio passato. Di fronte all’oceano di peccati e di errori commessi durante la mia vita, mi perdevo spesso in una spirale di vittimismo. Nonostante l’aver chiesto perdono a Dio, non riuscivo a perdonare me stesso. Quel Venerdì, infatti, sono crollato. Di fronte all’immensità del sacrificio di Cristo ho pianto a dirotto, ascoltando il canto “Gesù, ricordati di me.” 

Le parole stupende di questo brano sono per me l’inno di un povero servo sofferente, che riconosce la propria miseria davanti a Dio e chiede la grazia della salvezza. È quello stesso grido di aiuto che il buon ladrone ha rivolto a Gesù poco prima di morire. È la voce di una fede che riesce ad andare oltre ciò che è impossibile agli occhi umani. Che non si ferma al peccato, ma confida nell’eterna misericordia del Padre.

E ho pianto. Ho pianto per quei sensi di colpa che appesantivano il mio cuore. Per quelle cattive azioni compiute, che non riuscivo a perdonarmi. Per quell’amore che ritenevo immeritato per uno come me.  

Da quel giorno ho capito che uno degli errori in cui si rischia di cadere, è di guardare Gesù crocifisso come se restasse sempre lì, fermo al Venerdì Santo. Questo tema può avere tante sfaccettature. Una di esse è vedere la passione di Cristo proprio come facevo io: colpevolizzandomi in maniera distruttiva per i miei peccati. 

Contemplare in preghiera il crocifisso può far crescere la consapevolezza della gravità dei peccati commessi, ma non per questo bisogna autodistruggersi. Buona cosa è avere tristezza per i peccati, ma non si deve cadere nell’autoflagellazione. In realtà, questa grazia deve essere il trampolino di lancio per crescere nell’umiltà e gustare la bellezza della misericordia di Dio.

È anche vero che non bisogna essere indifferenti di fronte alla croce. Mai dimenticare che siamo stati salvati a caro prezzo. Chi altro avrebbe compiuto un sacrificio del genere per il bene dell’umanità?

Tutto questo per me?

Restare bloccati al Venerdì Santo è una trappola in cui, umanamente parlando, si cade con facilità. Ma cosa vuol dire esattamente? Significa vivere senza speranza, da falliti, da persone profondamente scoraggiate o impaurite, che vedono così solo male e sconfitta del bene intorno a sé.

Mi rendo conto che ci sono situazioni nella vita che possono portare a livelli di tristezza e di angoscia profonda. Chi su questa Terra non ha una croce da portare sulle spalle? E chi, nel portarla, non si sente spesso solo e incompreso? Eppure Cristo, non solo è morto per i nostri peccati, ma ha vinto sulla morte una volta per tutte, risorgendo!

Vivere da risorti non è facile, soprattutto quando la vita riserva sorprese dolorose e inaspettate. Ma la vittoria del cristianesimo è questa: per quanto possiamo sperimentare il fallimento e la sofferenza, Dio è colui che scende nel più profondo dei nostri inferi, facendo nuove tutte le cose.

Non si tratta di vivere semplicemente da ottimisti, ma da persone consapevoli di non essere sole nell’attraversare i momenti bui che la vita ci riserva.

Gesù muore da solo su quella croce e questo atto d’amore supremo rimarrà comunque un mistero. Solo con uno sguardo pieno di dolorosa riconoscenza, non di autocommiserazione, si riesce a scrutare la bellezza nascosta della croce.

Adesso, di fronte a questo incredibile mistero d’amore e a tutti i doni che Dio mi ha fatto in questi anni, una sola domanda si fa sempre strada nel mio cuore: Signore, tutto questo per me? 

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Un pensiero riguardo “Il Venerdì Santo e la maniera errata di contemplare Gesù crocifisso

  1. mi piace fare un’analogia con la Risurrezione. Risurrezione= fine dei periodi brutti e quindi di conseguenza anche positività

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