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Il canto e il coro: un racconto per riflettere (PARTE 2)

Mentre era immerso in tali tristi pensieri, d’un tratto, con grande meraviglia, sentì in lontananza un familiare che-che-che-che. Un pica pica qui? Incredibile! Come aveva fatto a venirci? Si chiese stupito. Quel canto, oramai quasi dimenticato, gli dilatò il cuore di gioia e di commozione, facendogli nascere un’improvvisa nostalgia per i suoi antichi compagni di stormo rimasti nella lontana campagna. Subito si mise a cercarne il punto di provenienza. Presto lo trovò. S’intrufolò tra le foglie di un gigantesco albero, portandosi sui lunghi rami interni. Su uno di essi era posato un uccello dalle piume variopinte, che cantava che-che-che-che col becco levato in aria come una tromba.

«Tu canti così? Tu che hai una così bella voce?», gli chiese indignato pica.

«Io so cantare così», rispose quello.

«Ma va là, fai finta, lo so bene io come cantano tutti quelli come te», insistette pica.

«Non io, io so cantare solo così e per questo sono stato cacciato via dallo stormo», rispose quello, addolorato.

«E perché?», chiese incuriosito pica, intuendo già la risposta.

«Perché, quando cantavamo tutti insieme, gli stonavo i cori», rispose infatti.

«Questi cori devono essere proprio importanti, se tutti vogliono che gli riescano bene», meditò tra sé pica.

«E ora canti da solo?», gli chiese ancora.

«Che vuoi fare», rispose quello «Oramai mi sono rassegnato e per non cedere alla tentazione di offrirmi come cena a qualche serpente smidollato, smaltisco la malinconia cantando da solo, con questa voce che la natura capricciosa ha voluto donarmi».

«Che beffarda però questa natura, anche a me ha fatto uno scherzo del genere» e gli raccontò la sua storia. Così accomunati dalla disgrazia, ben presto divennero amici inseparabili.

Entrambi avevano una grande predisposizione a capirsi e per questo andavano perfettamente d’accordo. Fino a quando scoprirono che c’era in ognuno di loro la capacità di apprendere il modo di cantare dell’altro. Così presero a farsi reciprocamente da maestri. Pica gli insegnava il modo di cantare degli uccelli dalle piume variopinte e quell’altro gli insegnava il modo di cantare dei pica pica. Così, dopo parecchio tempo e lunghissimi esercizi, ognuno aveva imparato il modo di cantare dell’altro, cosicché entrambi conoscevano due diversi modi di cantare.

Ma questo segnò anche la fine della loro amicizia. La predisposizione a capirsi che si erano sempre dimostrati, a poco a poco venne meno ed in compenso cominciarono a litigare. Entrambi divennero sempre più testardi, sicuri di sé e quando dovevano mettersi d’accordo sul da farsi, non riuscivano più a ragionare, né a trovare un punto comune d’intesa. Litigavano anche su chi avesse la voce più bella, sebbene oramai cantassero entrambi allo stesso modo. E quando poi l’uccello dalle piume variopinte confrontava la magnificenza dei variegati colori delle sue piume con quelle di pica, questi restava ammutolito.

Svegliandosi una mattina, pica non trovò più sul ramo vicino, dove la sera prima si era appollaiato, il suo amico rivale. Allora, preoccupato, si diede a cercarlo, ma non gli riuscì di trovarlo. Dopo alcuni giorni di vane ricerche, passò per caso vicino alla comunità degli uccelli dalle piume variopinte, dove non si sarebbe mai sognato di cercarlo. Osservandoli, ben nascosto dal fitto fogliame degli alberi, lo vide sistemato in parata e tutti lo trattavano come se da sempre fosse stato uno di loro. Poi tutti insieme cominciarono a cantare e nessuna voce stonava il coro.

A quel punto pica aguzzò l’ingegno e decise di ritornare nella sua campagna, dai suoi antichi compagni. Vi giunse un mattino, quando il sole era appena sorto. Li trovò come al solito indaffaratissimi e non fecero neanche caso al suo ritorno. E poi la sera, quando tutti presero a cantare, anche lui si unì al coro, ben guardandosi però dall’usare la sua antica bella voce. Il suo che-che-che-che risuonò uniforme, ripetitivo, confuso con quello degli altri e nessuno trovò niente da ridire. Così divenne un comunissimo pica pica. Ben presto trovò una giovane pica pica con cui mise su il nido. Così ebbe tante cose da fare, da non avere quasi più voglia la sera, quando stanco e assonnato gli riusciva finalmente di posarsi su un ramo, di cantare in coro insieme a tutti gli altri pica pica.

Un finale apparentemente positivo, ma che lascia in realtà l’amaro in bocca… questa è stata la nostra percezione, finito di leggere il racconto per la prima volta. Davvero c’è da fare una scelta? Rimanere se stessi, condannati alla solitudine, oppure rinunciare a ciò che si è, pur di ottenere quello che tutti hanno? 

Vi aspettiamo nella sezione commenti, dove vi invitiamo a condividere le vostre riflessioni sul racconto proposto!

Un rinnovato, sentito ringraziamento all’autore, Giorgio Licitra!

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2 pensieri riguardo “Il canto e il coro: un racconto per riflettere (PARTE 2)

  1. Un finale amaro, anche se giustificato dal fatto che le relazioni sociali sono importanti. Se Pica fosse stato più sicuro di sè non avrebbe sentito quel senso di inadeguatezza, avrebbe lottato per imporsi al gruppo di pari con il suo essere diverso, senza voler omologarsi a tutti i costi, ma lui è giovane e condizionabile. Solo con la maturità o con dei buoni maestri si impara che non è necessario essere accettati a tutti i costi da tutti, basta appartenere a se stessi. Per arrivare a ciò è necessario lavorare su se stessi e imparare a volersi bene ed accettarsi per poi farsi accettare.

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