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Il canto e il coro: un racconto per riflettere (PARTE 1)

Carissimi lettori,

con l’articolo di oggi, desideriamo proporvi qualcosa di diverso, con una modalità che fin’ora non avevamo mai adoperato. Ci è arrivato tra le mani un racconto originale, di quelli a carattere simbolico, nei cui personaggi e nelle cui situazioni può essere molto facile rispecchiarsi. In esso si respira forte il profumo della Sicilia, della natura quieta e selvaggia, delle emozioni contrastanti che la campagna suscita in ciascuno.

Autore del racconto è Giorgio Licitra, un affezionato al nostro progetto che, da sempre appassionato di scrittura, condivide i propri brani tramite la sua pagina Facebook. Vogliamo proporvelo in due parti, qui di seguito trovate la prima. È nostro desiderio non influenzare troppo la vostra lettura con interpretazioni, riflessioni e considerazioni preconfezionate, affinché ciascuno possa cogliere le provocazioni e trarre le proprie conclusioni dal racconto. A nostro avviso, esso si collega al tema di questo precedente articolo, nonostante lo affronti con modalità e linguaggi molto differenti.

Questa diversità così discriminata, derisa, rifiutata e incompresa, può davvero trasformarsi in ricchezza per l’altro, a patto che sia capace di comprenderla? E se ciò non avviene, qual è la soluzione? “Farsi furbi”, adeguarsi alla massa, rinunciare alla propria unicità, cedendo, infine, all’ipocrisia delle apparenze salvate?

Buona lettura!

Il canto e il coro

Quel mattino il giovane pica non aveva voglia di cantare, né tantomeno di volare. Era molto triste e deluso. Da qualche tempo si era reso conto che l’ostilità dei suoi compagni di stormo, ostilità sempre dimostrata quando si metteva a cantare, era divenuta un vero e proprio rifiuto. Questo non sentirsi accettato gli aveva fatto passare la voglia di cantare e di volare. Se ne stava appollaiato sul ramo più alto del mandorlo, mentre il suo sguardo vagava stancamente per la campagna deserta e assolata.

Ogni tanto, quando qualcuno dello stormo passava tutto indaffarato, era scosso da un guizzo d’invidia e di rabbia. Invidiava il loro essere normali, il loro comune volare, il loro fare tante cose, costruire il nido, covare le uova, cercare il cibo, cantare in coro. Allo stesso tempo provava rabbia, perché in tanti se l’erano presa con lui, sempre solo, finendo per cacciarlo via dallo stormo. Tanta ingiustizia, solamente perché il suo modo di cantare era armonioso, possente e sempre sovrastava l’uniforme, ripetitivo che-che-che-che di tutta la comunità dei pica pica. Questi, dopo averlo a lungo tollerato, alla fine l’avevano cacciato via a beccate, perché con quella voce gli rovinava i cori.

Così, anche lui aveva finito per disprezzare la sua voce che, quando si levava vibrante e melodiosa com’era, addolciva l’asprezza della campagna e commuoveva i contadini. Ora non cantava più. Appollaiato sul ramo più alto del mandorlo, pensava alla sua triste sorte. Condannato a restare solo per tutta la vita. Pensava con amarezza a tutte le umiliazioni che aveva dovuto subire.

Pensava a quella volta in cui una graziosa pica pica dalle piume sempre ordinate e lucenti, gli aveva fatto credere di morire d’amore per lui. Era la più carina di tutte e gli piaceva da morire. Quella ben presto, con aria da padrona, gli comandò di andarle a cercare una bella faiana, perché aveva una gran fame, poi lo mandò a prenderle dello sterco fresco di capra per lucidarsi il becco ed infine, tutta paga e con una risatina di sufficienza, gli chiese di cantarle una bella canzone.

Felicissimo di obbedirle, fece come lei aveva chiesto e attaccò a cantare nel suo stile. La voce corse nell’aria serena, spezzando il silenzio della campagna, ma sul più bello, quand’era impegnato con tutto se stesso in un alternarsi di acuti e gorgheggi dolci e prolungati, quella ebbe uno scoppio di risa a lungo trattenute e in un attimo volò via, attratta dal comune che-che-che di un altro giovane pica pica.

Ora pica non cantava più e pensava seriamente di farla finita per sempre. Infatti, ben presto si decise a volare verso il dirupo dove l’aquila aveva costruito il suo nido, almeno sarebbe servito da cena per i suoi piccoli. Sorvolò per tre volte lo sperone roccioso dove era posto il nido, aspettandosi che da un momento all’altro il predatore in agguato lo artigliasse all’improvviso, ma niente. Allora, al colmo della disperazione, andò a posarsi proprio sul bordo del nido, ma, con sua grande sorpresa, lo trovò vuoto. Tutt’intorno ad esso vi erano un ammasso di feci essiccate e scheletri di conigli, piche e cornacchi. Gli aquilotti, oramai cresciuti, avevano preso il volo, abbandonando per sempre il nido e la loro madre chissà dov’era.

Continua a pagina 2

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