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Giochi e baci: una storia per interrogarsi (PARTE 2)

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Giochi e baci

«Che colpa ne ho io? Non gliel’ho chiesto io di mettermi al mondo!», si lamentò Andrea, sdraiato sul suo lettino con le braccia appoggiate sulla fronte.

Poi, come per incanto, gli ritornò in mente il volto sorridente di Marina e gli venne l’allegria. Si alzò velocemente dal letto e andò in cucina, mangiò il panino che la mamma gli aveva lasciato sul tavolo prima di andare con le amiche e si preparò per uscire. Indossò pantaloni aderenti a vita bassa e una maglietta leggera. Infilò di corsa le scale per raggiungere il parco giochi, non senza aver prima afferrato il maglioncino sulla sedia, perché di sera faceva freddo, nonostante si fosse ai primi di Luglio.

Erano già di nuovo tutti lì che ridevano e scherzavano. Marina non aveva portato con sé la sorellina ed era seduta al centro della panchetta tra due maschietti. Uno era Guido e l’altro non lo conosceva, ma da come erano in confidenza gli sembrò subito un loro amico, forse un compagno di classe. Quando giunse vicino alla panchetta, Marina non si alzò per andargli incontro, come si aspettava facesse, ma continuò a ridere e scherzare con quei due.

«Fatti più in là!», le si rivolse ridendo Guido: «Col tuo culone mi stai facendo cadere».

«Che culone?», si risentì Marina: «Mario mi ha detto che ho il culo bello quando metto i leggings», disse, volgendosi  verso l’altro ragazzino e alzandosi per fare meglio notare le forme, ben rilevate dallo scuro del leggero indumento.

«È un bel culo», confermò Mario con aria da intenditore, rimanendo seduto.

«E’ un bel culo», non poté fare a meno di concordare Guido.

«Siete dei porcelloni», li rimproverò divertita Rosanna.

«Guardiamo il culo, mica passiamo alle fase successiva», disse ridendo Mario.

«Quale sarebbe la fase successiva?», chiese Marina, con aria di sfida.

«Niente! Niente!», rispose quello, battendo subito in ritirata.

Ad Andrea quei discorsi non piacquero per niente e avrebbe volentieri rotto il muso a quel Mario, dall’aria così saputa. Tante altre volte avevano parlato così spigliatamente e non vi aveva mai fatto caso, ma adesso invece gli dava un gran fastidio. Non riusciva a capire perché provava quel disagio. Quei termini (a volte anche molto più spinti) li avevano usati tante volte con le amiche per darsi un tono da grandi e poi ridevano divertiti, inconsapevoli della volgare pesantezza del contenuto. Ma, dato che adesso Marina era la sua fidanzata, gli davano così fastidio. Poco dopo, quando tutti si avviarono verso la piazzetta, si avvicinò a Marina e le chiese perché si comportasse così.

«Così come?», domandò stupita la ragazzina.

«Così leggera!», specificò Andrea.

«Non ti sembro seria?», chiese sorpresa.

«Sei la mia fidanzata e mi dà fastidio che quelli ti parlino così!», rispose, guardandosi bene dal dirle che gli aveva dato più fastidio il suo alzarsi per mettere meglio in evidenza le forme.

«Fidanzati da poche ore», osservò semiseria: «E poi a me non danno per niente fastidio, non dirmi che sei geloso?», si stupì infine.

«Non so se sono geloso, ma non sopporto che quelli ti parlino così!», disse d’un fiato.

«Mi fai ridere!», esclamò incredula e si mise a correre per raggiungere gli altri.

Andrea rimase indietro, indeciso se seguirli o andarsene via. Poi pensò di non avere dove andare, se non a casa, quindi continuò a camminare dietro al gruppo che rideva e scherzava. Lui non aveva alcuna voglia di ridere e scherzare. Sì, era geloso, ammise con se stesso, geloso senza capire perché, ma vederla ridere con gli altri, lontana da lui, gli faceva male. Camminava senza energia, tanto per andargli appresso e nel frattempo sentiva un gran vuoto dentro.

Si sentiva strano, disorientato dal dolore che gli dava quella ragazzina. Fino al giorno prima era stata solo un’amica come tutte le altre, con cui rideva, scherzava e diceva le parolacce, ora invece la voleva solo per sé, non sopportava che gli altri la toccassero e le parlassero. Soprattutto non sopportava che quel Mario le stesse così vicino e la facesse ridere così tanto. Forse era fidanzata anche con lui, pensò ad un certo punto.

Poco dopo, approfittando di un momento in cui si era staccata dagli altri, le chiese: «Sei fidanzata anche con Mario?».

«Siamo stati fidanzati durante la scuola», rispose tranquilla.

«E perché vi siete lasciati?», domandò sorpreso.

«Non ci siamo più baciati e non siamo stati più fidanzati», disse semplicemente.

«Però ti piace ancora?», insinuò.

«Mi piace baciare i belli…», spiegò e vedendo che Andrea metteva il broncio, aggiunse: «Anche tu sei bello. Baciare non è sempre la stessa cosa. Una volta ho baciato uno e poi sono dovuta andare a lavarmi la bocca per il disgusto».

«Non voglio che baci altri», disse disorientato Andrea.

«Non sono il tuo giocattolo!», rispose risentita Marina e si allontanò per raggiungere gli altri, che nel frattempo avevano cambiato direzione, andando verso il Lungomare e non più verso la piazzetta.

Andrea rimase a bocca aperta. Aveva detto che le piaceva baciare i belli, mettendolo tra questi, poi però aveva precisato che lei non era il suo giocattolo. Gli sembrava incomprensibile, riteneva che se uno piace, allora deve essere l’unico e gli altri non devono piacere per niente. E invece per Marina contavano i belli, i belli che le piaceva baciare. Forse a casa sua si usava così. Baciavano i belli come se fosse una cosa normale.

Suo padre, al contrario, era sempre stato intollerante e minaccioso con la mamma, se vedeva che qualcuno la corteggiava. Poi la sera, specie se aveva bevuto, li sentiva litigare nella loro stanza da letto, ma alla fine concludevano sempre con gemiti e lamenti, seguiti dal silenzio più assoluto. Forse era un loro modo di capirsi. Con Marina, invece, non ne vedeva alcuno. Se si dimostrava affettuoso, manifestandole quanto fosse importante, diventava scostante, incredula e fuggiva da lui come se le desse fastidio. Questa era la cosa che più lo addolorava.

Sul Lungomare seguiva il gruppo come un cane bastonato. La gente tutt’intorno non vedeva il suo dolore. Guardò giù verso la Rotonda, con le sue deboli luci che si riflettevano sul mare scuro, immobile e si sentì infelice. Pensò che, parlando tra loro, i maschi lo prendessero in giro per essersi innamorato come una femminuccia.

Gli era insopportabile mostrarsi così fragile e in balia dell’umore di Marina, che magari rideva con loro, quando si voltavano per controllare dove fosse, e forse pensava pure, con un sospiro di sollievo, che se ne fosse già andato via. Invece le andava appresso perché capiva che se si fosse allontanato sarebbe stato peggio. Voleva starle vicino, sentirla ridere, parlare, anche se lui non riusciva più a rivolgerle la parola con la stessa spontaneità di prima.

Qualunque cosa volesse dirle gli sembrava inadeguata, inadatta. Non riusciva più a capire come le si dovesse rivolgere, quali parole usare per ritornare ad essere come prima, quando le si rivolgeva con espressioni volgari e lei rideva divertita. Adesso avrebbe voluto dirle solo parole dolci e amorevoli, ma era sicuro che le sarebbero risultate indigeste e che gli avrebbe riso in faccia. Non sapeva cos’altro fare per ritornare quello di prima e ritrovarne la fiducia. Anzi, con dolore, pensava che volesse solo allontanarsi da lui.

Continua a pagina 2

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