LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online

Correzione: cosa faccio se non mi sento ascoltato?

Quando si tratta di correzione, sappiamo benissimo che stiamo parlando di un argomento abbastanza spinoso per qualcuno. Mi sono reso conto che la correzione fraterna è un qualcosa che si sta letteralmente perdendo. Tante volte mi sono sentito dire che è meglio farsi gli affari propri anziché far notare all’altro uno sbaglio, soprattutto quando ci sentiamo feriti o infastiditi.

Esistono ferite generate da una mancanza di rispetto, da un torto subito, da una fiducia tradita. A volte ci si sente feriti nell’orgoglio, altre volte qualcuno ha toccato un tasto dolente, una zona della nostra sfera intima riservata a pochi, se non addirittura solo a se stessi. Oppure semplicemente ci si sente infastiditi per un atteggiamento poco consono nei nostri riguardi, un modo di scherzare che non piace, una domanda inopportuna. In ogni caso, la soluzione è sempre una: se è possibile, far notare la cosa.

“Odio chi mi corregge!”

Fatta questa premessa, mi ricollego al Vangelo di questa domenica, in cui Gesù parla ai suoi discepoli dicendo:

«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.

In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». (Mt 18,15-20)

Gesù ribadisce parecchie volte l’importanza di andare incontro al fratello, correggerlo con il fine di un’amorevole riconciliazione. A tutti capita di far notare qualcosa che non va a qualcuno. Per mia esperienza, due sono le situazioni che possono nascere dal tentativo di correggere qualcuno. Prima però vorrei sottolineare solo una frase che si ripete per ben tre volte in questo brano:

«Se non ascolterà.»

Ecco il punto: non tutti vogliono ascoltare chiarimenti e correzioni. La correzione è una cosa che dà letteralmente fastidio. Che sia un genitore, il coniuge, uno sconosciuto, un amico o un collega, è qualcosa che non si riesce a digerire tanto facilmente.

Risposte del tipo: “Perché non ti fai gli affari tuoi? Chi ti credi di essere? Perché invece non mi accetti così come sono e mi lasci in pace? Pensa a cambiare tu piuttosto!” sono la carta vincente di chi tiene la porta del cuore chiusa nell’ascoltare l’altro.

Correggere il fratello è qualcosa di scomodo, la maggior parte delle volte è difficile che possa venirne fuori un chiarimento immediatamente costruttivo. Eppure, le relazioni umane hanno bisogno anche di questo. Non si tratta di prevaricare sull’altro, manipolarlo, offenderlo e farlo sentire diverso. Perché una correzione è qualcosa che distrugge o tenta di distruggere l’immagine di perfezione che abbiamo di noi stessi.

Eppure la correzione, quando viene fatta con sincere intenzioni, è sempre un frutto dettato dall’amore. Il problema è che molte volte viene scambiata per l’imposizione di cambiare a tutti i costi. C’è anche da dire che non sempre le correzioni ricevute sono dei buoni consigli. La cosa fondamentale resta sempre una: ascoltare con umiltà.

Cosa succede quando non ci si sente ascoltati?

Non credo di essere la persona più adatta a trattare di riconciliazione. Parlo solo per esperienza e anch’io cado di frequente nell’errore di alzare la voce durante un litigio. A mente fredda, capisco che un grido di rabbia nasce da una tripla radice e da un plus: ferita, dolore e paura + non sentirsi ascoltati.

La ferita genera dolore, il dolore fa crescere la rabbia e la paura di essere feriti ulteriormente, in un cerchio senza fine. Poi, alla fine succede quel che succede. E quando c’è di mezzo il non sentirsi ascoltati nella ricerca una soluzione con il fratello, è ancora peggio. Si rompe qualcosa.

Cosa fare allora, quando per la terza volta la parola riconciliazione è messa al bando? È sbagliato voler cambiare l’altro a tutti i costi, ma non credo sia così assurdo invitare il fratello a guardare da un altro punto di vista le proprie azioni. Eppure Dio ci ha creati liberi e ognuno alla fine sceglie chi essere, chi diventare. Sceglie di crescere o di non voler cambiare mai (grossa utopia, perché la vita prima o poi ti cambia, in un modo o nell’altro).

Per questo, Gesù alla fine dice:

«…sia per te come il pagano e il pubblicano.»

Ma cosa vuol dire questa frase? È forse una giustificazione per disprezzare e condannare definitivamente? Vuol dire che si deve fare come se quella persona non esistesse? Non credo che Gesù voglia questo. E al di là di quello che vuole Dio, può mai una relazione morire così facilmente nel nostro cuore?

Per quanto una persona possa arrivare ad odiare l’altro, l’odio è pur sempre un sentimento e quindi qualcosa di legato a una relazione. Il problema è la totale indifferenza. È quella che uccide i rapporti e in certi casi neanche li crea! D’altronde, si diventa indifferenti per scelta, non per istinto.

Non sempre il perdono include il riavvicinarsi. Chi l’ha detto che perdonare significa ricucire totalmente un rapporto? È vero che siamo chiamati a essere misericordiosi, ma a volte la misericordia è anche imparare a dire se stessi:

“Se il mio fratello sta meglio lontano da me e io da lui, forse è meglio per il nostro bene che ognuno prenda la propria strada, nel rispetto reciproco.”

Si potrebbe anche considerare questa scelta come un dono. Forse semplicemente non si è in grado di guardare le cose allo stesso modo. Secondo me, è solo questione di limiti. Ed è dal limite che posso partire per far emergere dentro di me la misericordia.

“Vivi e lascia vivere”

Gesù dice che la porta deve restare aperta, ma non possiamo forzare più di tanto. Alla fine è meglio vivere e lasciare vivere. Non mi reputo un salvatore, so che posso solo seminare. Io pianto, Dio fa crescere. E mi devo ricordare che per ciascuno, ogni rapporto ha un peso sempre diverso. 

Relazionarsi vuol dire essere capaci di entrare nel mondo dell’altro, stando attento a dove mettere i piedi. L’uomo è un abisso di dolore, mistero, amore e tanto altro, per questo ci vuole empatia nell’incontrare il prossimo. Ci vuole la voglia di mettersi per un attimo nei suoi panni, il coraggio di mollare il proprio io e scavalcare il muro dell’orgoglio, per scoprire una visione diversa delle cose.

Ma la differenza la posso fare solo io, se scelgo bene chi voglio diventare. E se voglio spezzare il male dettato dalla rabbia che porto dentro, l’unica chiave che spezza il rancore è la misericordia. Perché se non provo ad andare oltre il limite mio e del mio fratello, nonostante la sana distanza, come potrò chiedere a Dio di andare oltre i miei di limiti e chiedergli perdono?

Per ulteriori chiarimenti, contattateci senza esitazione nell’apposita sezione qui sul sito, oppure sulla nostra pagina Facebook!