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Giochi e baci: una storia per interrogarsi (PARTE 2)

Adesso si erano fermati per entrare nella panineria di Piazza Duca, affollata da ragazzi più grandi, a comprare le patatine con ketchup e maionese. Ne presero una vaschetta ciascuno e Guido, vedendo che Andrea (nel frattempo si era ricongiunto col gruppo) stava lì a guardare, lo invitò a comprarle anche lui.

«No grazie, ho già mangiato un panino a casa», disse Andrea, ben guardandosi dal confessare che non aveva in tasca un centesimo.

Si diresse verso il bagno della panineria per fare pipì, ma in effetti più per togliersi dall’imbarazzo di vedere gli altri mangiare. Quando finì, si accorse di trovarsi davanti a un grande specchio appeso alla parete del bagno. Casualmente, lo sguardo gli andò verso il basso e notò un insolito alone scuro tutt’intorno al pube. Osservò più attentamente e, con sorpresa, scoprì che la lieve peluria bionda di sempre si era allungata molto, scurendosi sulle punte. Con un certo orgoglio per l’inaspettata scoperta, uscì dal bagno per raggiungere gli altri.

Ma non erano più lì. Erano andati via senza aspettarlo. O forse, pensò, non si erano accorti che era andato in bagno e avevano ritenuto che fosse uscito. Preferì convincersi che fossero andati via di proposito e la cosa gli fece molto male. Con le membra appesantite da un’improvvisa stanchezza, uscì dalla panineria e andò a sedersi sul muretto di fronte. Rimuginava se dovesse andarli a cercare, ma tra tutta quella folla non era facile e poi si sentiva troppo umiliato per poter fare una cosa del genere, o rimanere lì.

Pensando e ripensando, rimase immobile ad osservare incantato i ragazzi più grandi che, davanti alla panineria, si stringevano alle loro fidanzate. Era bello vederli così innamorati e ne provò invidia. Avevano tutti un’espressione pacata e tranquilla, come se essere fidanzati fosse la cosa più semplice e ordinaria di questo mondo. Lui invece ne era stravolto, anche se non sapeva più se poteva ancora considerarsi fidanzato con Marina.

Pensò che avrebbe dovuto reinserirsi nell’umore del gruppo se voleva ritrovarla e quindi sarebbe dovuto andare a cercarli. Ma non riusciva a schiodarsi dal muretto. Qualcosa gli impediva di farlo. Aveva paura che lo prendessero in giro vedendolo così, con la coda tra le gambe, a cercarli tra la gente. Avrebbero riso del suo essersi perdutamente innamorato, rendendosi così diverso da loro, sempre allegri e spensierati. Era come se lo avessero espulso dal gruppo senza nemmeno rendersene conto.

Questo era tutto un suo pensare e rimase allibito quando improvvisamente se li ritrovò davanti, tutti arrabbiati perché avevano sprecato l’intera serata a cercarlo sul Lungomare e lui invece se ne stava seduto tranquillo sul muretto. Avrebbe voluto gridargli che non era stato per niente tranquillo, di quanto fosse stato combattuto tra la voglia di andarli a cercare e il freno che gli aveva messo il suo orgoglio, ma non avrebbe avuto senso. Rimase zitto e quelli, continuando a rimproverarlo, si allontanarono per fare ritorno alle loro abitazioni.

Ciò che poi gli fece più male fu l’indifferenza di Marina che, mentre gli altri gliene dicevano di ogni, rimase a guardare con distaccata sufficienza. Oramai sentiva di averla persa, di averla stancata col suo comportamento così torvo e sospettoso. Disperato, scese dal muretto e sconquassato dal dolore si avviò anche lui verso casa. La consapevolezza di averla persa gli provocava un disorientamento totale, un dolore atroce, era come se tutto gli crollasse addosso, togliendogli ogni voglia di vivere.

Arrivato a casa (la mamma non era ancora rientrata), cercò in cucina qualcosa che potesse liberarlo da tutto quell’insopportabile dolore. Nel ripostiglio, tra i detersivi, trovò mezza bottiglia di liquido giallo e vi si attaccò subito. Tra bruciore di gola e colpi di tosse, lo bevve tutto, fino all’ultima goccia. Aveva appena finito di tossire per il bruciore, quando subito avvertì l’espandersi di un forte stordimento e lo stomaco contorcersi per l’estraneità di quanto lo aveva invaso. Pensò che stesse cominciando a morire e si distese sul divano per meglio predisporsi ad accogliere la soluzione finale.

In poco tempo lo invase un totale stordimento. Lo stomaco, scosso da violenti spasmi, come una molla lo spinse a sollevarsi dal divano in un incontenibile conato di vomito giallastro e puzzolente. L’intruglio, spiaccicatosi sul pavimento della cucina, schizzò in tutte le direzioni in una miriade di schegge puzzolenti. Vomitò in continuazione, fin quando lo stomaco non si fu del tutto svuotato. Poi, prostrato e quasi del tutto incosciente, piangendo senza singhiozzare, si distese di nuovo sul divano.

La mamma lo trovò in quelle condizioni e, resasi subito conto che era ubriaco, cominciò a sgridarlo: «Hai preso il vizio del bere, come quell’animale di tuo padre!», imprecò, trovandosi tra i piedi la bottiglia da cui aveva tracannato il liquido giallo.

Era un residuo del pessimo whisky bevuto dal padre, che, dopo la separazione, lei usava come disinfettante.

«Hai sporcato tutto!», continuò a gridare, mentre apriva la finestra sul parco per fare uscire l’odore nauseabondo di alcol e cibo semi digerito.

Andrea, sdraiato sul divano, continuava a piangeva senza singhiozzare. Invece di ubriacarsi avrebbe voluto uccidersi, ma non aveva trovato la bottiglia giusta. Fin quando la mamma non finì di pulire, rimase immobile, sdraiato sul divano. Verso le tre del mattino cominciò a riprendersi e alzatosi dal divano, traballante sulle gambe, si diresse verso la finestra aperta. Dal buio, insieme alla fresca brezza del mare, gli arrivò l’allegro cinguettio dell’allodola mattiniera. Nello scuro della notte non riuscì a scorgerla, ma era lì vicina, sospesa a mezz’aria sopra le cime dei pini del parco, tutta intenta a cantare.

«Cos’ha di così urgente da cantare alle tre del mattino questo stupido uccello?», brontolò infastidito, richiudendo la finestra per andarsi a coricare.

Mentre raggiungeva il suo lettino, improvvisamente, come illuminato da un lampo, pensò che appena fatto giorno sarebbe andato al parco giochi ad aspettare l’arrivo degli amici.

In fondo, non gli avevano fatto niente.

Anche Marina non gli aveva fatto niente. Tutto poteva ricominciare come se non fosse successo niente.

Un finale, a nostro avviso, tanto spiazzante, quanto realistico… quali considerazioni si possono trarre da esso? La necessità di ricalibrare con una certa indifferenza i propri sentimenti? La consapevolezza che una totale comprensione da parte dell’altro è qualcosa di irrealizzabile?

Vi aspettiamo nella sezione commenti, dove vi invitiamo a condividere le vostre riflessioni sul tema proposto!

Un rinnovato, sentito ringraziamento all’autore, Giorgio Licitra!

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